Volevo aiutare l’Italia, ma mi avete anticipata!

Pubblico questa “confessione” di una amica, che preferisce restare anonima, dove racconta la sua piccola storia di imprenditrice. E del come ha capito sulla sua pelle il perché l’Italia non ce la farà. Capita a fagiolo dopo il mio pensiero sul perché non ha senso aprire una startup in Italia.

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Tre anni fa, mentre facevo l’insegnante precaria (sono laureata in biologia), ho avuto l’occasione di scoprire una interessante possibilità: aprire un centro informativo in un ambito che mi interessava e che intendevo approfondire, aiutando chi ne sapeva meno di me a trovare le risposte che cercava.

Tutte le informazioni erano a titolo gratuito ed essendoci aziende in quello specifico settore, era possibile ottenere delle sponsorizzazioni. Che sono venute.

Dopo un po’ di tempo, nel 2013, sono riuscita ad avere dei contratti di sponsorizzazione che mi avrebbero permesso di trasformare il tutto in una vera attività. Quindi sono passata ad una partita IVA regolare (non più regime dei minimi), ho firmato contratti, ho rinnovato il centro informativo, e mi ci sono dedicata 8 ore al giorno e più.

Ho iniziato a cercare e pagare degli esperti per rispondere alle domande che andavano oltre le mie competenze, ho partecipato a corsi di formazione, talvolta sacrificando sabati e domeniche ai miei bambini.

I numeri e la caduta

I numeri che riporto sono esemplificativi, ma molto vicini alla realtà. Nel 2013 ho fatturato 100.000 euro, dei quali 15.000 sono stati usati per sostenere il centro. Degli 85.000 rimanenti, 50.000 li ho tenuti da parte per pagare le tasse l’anno successivo. Dei 35.000 rimasti nel conto, una parte li ho spesi per la famiglia: vestiti, auto, cibo, scuola, tassa rifiuti, assicurazione, …

Quello che ho “messo via” era molto lontano dai 100.000 fatturati ed è stata per me la prima lezione da imprenditrice.

Ma ero comunque entusiasta e quei soldi avanzati avevo intenzione di investirli in una cosa importante: evitare di essere mangiata dai concorrenti esteri. Sì, perché centri informativi come il mio ci sono anche all’estero, ovviamente in altre lingue. E’ sufficiente che qualche centro straniero faccia le traduzioni in italiano per arrivare da noi e occupare gli spazi liberi. Si chiama, credo, globalizzazione.

Fare per prima le traduzioni o comunque andare anche io su territori con altre lingue era obbligatorio. Forse lo potrei anche chiamare export.

Ma mi hanno “anticipata”

E qui la seconda lezione. A giugno 2014 il commercialista ha fatto i conti. Le tasse ed i contributi erano quelli attesi, ma ciò che mi mancava era l’anticipo delle tasse per il 2015.

E, purtroppo, il 2014 non è iniziato bene: gli sponsor, pur legati da un contratto, non stanno pagando. Magari pagheranno, ma per ora non lo stanno facendo e una piccola imprenditrice non può farci molto, non ha il cosiddetto “potere contrattuale” dalla sua parte.

Quindi, senza liquidità fresca, l’anticipo delle tasse lo prendi da quei soldi che avevi pensato di investire.

E l’anticipo delle tasse è del 110%, ovvero devo dare allo stato 55.000 euro per i potenziali guadagni del 2014.

Per fortuna non devo farmi fare un prestito, ma la mia attività si è congelata. La lascio andare così, non si ingrandirà, forse verrà mangiata da qualche centro estero, sicuramente non aiuterà questa Italia a ritrovare un po’ di vigore e tanto meno di esportarsi all’estero come avevo pensato.

Mi resta la soddisfazione di sapere che avrei potuto farcela ed il dispiacere di lasciare spazio libero a chi da fuori confine vorrà facilmente entrare.

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